L’Argante 235 – Le città di pianura, le abitiamo tutti

La domenica sera è quel momento della giornata su cui grandi poeti e scrittori e pensatori vi hanno ricamato svariati stati d’animo.

Tutti accomunati da un’incline malinconica, fastidiosa ma allo stesso tempo necessaria: voglia di impantanarsi in pensieri intimi e introspettivi. Balenano così, sentimenti e riflessioni che oscillano tra cosa cucinarsi alla sera, e il cosa indossare il giorno successivo per riprendere da lavoro.

Eppure, fissando una scrivania piatta, immobile, lignea e chiara, addolcita ed alterata dalla luce fioca di un abatjour gialla, ecco, in questa domenica sera dal sapore di minestrone, di un Ottobre sul finire, di un inverno sull’avvenire… ecco io penso ad un film che ho visto questa settimana,

e così come han fatto poeti, scrittori e pensatori, ricamo anch’io un significato altro, tutto svarionato, complice di questa giornata dispersiva… e filosofeggio, male e in modo poco umile una mia personale interpretazione:

C’è una calma che non è pace, ma rinuncia.
Le città di pianura, il film di Francesco Sossai, la racconta bene, vite che scorrono in orizzontale, cuori che battono piano per non disturbare, emozioni tenute in tasca come accendini scarichi.
Niente grandi tragedie, niente grandi slanci – solo un ritmo regolare, educato, che chiama “stabilità” ciò che in realtà è anestesia.

È un’Italia piatta non solo geograficamente, ma emotivamente: si evita il troppo, si controlla il sentire, si pratica la moderazione ma anche i suoi eccessi sgraziati e sregolati, come forma di sopravvivenza goffa.
In amore, nel lavoro, nei desideri.
In cui il brivido fa paura perché costringe a guardarsi dentro e si resta in superficie, dove il rischio non arriva ma nemmeno la verità.

Eppure in questo film, come nella vita, qualcosa freme.
Un giovane tenta uno strappo alla regola, non per fuggire, ma per sentire di nuovo.
Non cerca l’adrenalina, cerca l’autenticità. Oltre i bordi, oltre i confini, un respiro su una distesa di nebbia sul tramonto invernale.
Una percezione di una flebile debolezza intima come atto politico.
Una ricerca di un tempo della distrazione quello che la società condannerebbe, contro una lotta al senso di colpa come resistenza.

Un film che ti porta a ragionare sulle scelte, sulla concezione di una propria libertà come un campo aperto dove correre ovunque, che si scontra con la rinuncia, contro la possibilità di non fermarci mai da nessuna parte.
Perché oggi esploriamo tutto non radicandoci in niente.
Cambiamo continuamente orizzonte senza concederci la possibilità di crescere e infine, ci disperdiamo.
E a forza di cercare nuove emozioni, finiamo per non riconoscere più nessuna come vera.

Pasolini lo aveva intuito, il suo Ninetto Davoli lo diceva con la grazia dei poeti: la tristezza del creato non è disperazione, ma coscienza.
È la capacità di stare nel mondo con occhi aperti, anche quando fa male.
Oggi dovremmo tornare lì: alla responsabilità del sentire.
Non serve vivere mille vite, basterebbe viverne una con tutti i nervi scoperti.

Si, ma come?

Le città di pianura siamo noi, quando smettiamo di vibrare.
Quando l’amore diventa intrattenimento, la curiosità una scusa, il coraggio un difetto.
Ma c’è una forza nel restare fedeli a ciò che emoziona, nel non cedere al disincanto, nel non ridere di chi sente troppo.
Sentire non è romanticismo, è precisione morale.
È ricordarsi che essere vivi non è un esercizio estetico, ma un fatto etico.

l’unico dovere che dobbiamo a noi stessi.

Il film non ci invita a scappare, ma a risvegliarci da un torpore.
A riconoscere che la vera rivoluzione è non farsi sorpassare dalla mietezza del tempo che scorre tra la pelle.
Non si tratta di osare di più, ma di sentire meglio.
Di non anestetizzare tutto quello che tocca, spaventa, brucia.

Perché nelle pianure è facile soffocare piano,

ma anche queste nascondono colline da oltrepassare,

confini, questi – mentali e non

che ci permettono di sfidarci col solo scopo di sorprenderci.

                                                                                                                                                                                       Gaia Courrier

Laureata in Progettazione di Eventi Per l'Arte e lo Spettacolo, dopo un master in sceneggiatura attualmente lavora nel campo editoriale.
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