L’Argante 231 – Lezioni di Mafie: Nicola Gratteri

Ci sono programmi che non intrattengono, ma scuotono. Che non cercano facili consensi, ma lasciano dietro di sé un solco di riflessione, e di consapevolezza. Lezioni di mafie, il ciclo di quattro puntate in onda su La7 dal 17 settembre 2025, appartiene a questa rara categoria. Cominciamo con il dire che non è il solito un talk: è un atto di servizio civile e culturale, portato avanti da Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, insieme allo storico Antonio Nicaso e al giornalista Paolo Di Giannantonio.

Un magistrato che sceglie di raccontare, a studenti e spettatori, l’evoluzione e la presenza delle mafie in Italia e nel mondo. Un gesto semplice, ma rivoluzionario. Perché, come accadde con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la verità spiegata con chiarezza fa paura. Non alle persone comuni, ma a chi trae forza dall’omertà, dalla menzogna, dal potere opaco che preferisce le ombre alla luce.

Gratteri non si limita ad applicare le leggi. Da anni rappresenta una delle voci più lucide e intransigenti nella lotta alla criminalità organizzata. Con Lezioni di mafie ha deciso di andare oltre, di mettersi a disposizione come docente speciale, parlando agli studenti di Roma Tre e, attraverso la televisione, a milioni di cittadini.

Non c’è retorica, non c’è compiacimento. Gratteri non indulge in frasi fatte: usa storie, aneddoti, processi chiusi e vicende concluse per spiegare, distinguere, chiarire. Così mostra la differenza tra ‘Ndrangheta, Cosa Nostra, Camorra, racconta i loro legami con la politica, la chiesa e l’economia, evidenzia i rischi di sottovalutare i mutamenti delle mafie contemporanee.

Quattro puntate, sembrano quindi già poche. Non basteranno a raccontare secoli di sangue, connivenze e resistenze. Ma il valore del programma sta anche in questo: aprire uno spazio di memoria e di coscienza che chiunque può recuperare in streaming, riascoltare, analizzare. Una sorta di manuale civile da usare nelle scuole, nelle università, nei gruppi di cittadini che ogni giorno fanno qualcosa per essere parte integrante di un sistema che resiste.

Le polemiche e il paradosso

Il successo del programma è stato immediato e, quasi proporzionalmente, sono esplose le polemiche. Da settimane Gratteri è al centro di attacchi, frecciate, interrogazioni parlamentari.

Il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, ex avvocato di Silvio Berlusconi, ha definito “inopportuna” la partecipazione del magistrato a una trasmissione televisiva. Un’accusa che sà di pretesto. In un Paese dove i magistrati vengono spesso accusati di chiudersi nelle loro torri d’avorio, la scelta di dialogare con i giovani e con l’opinione pubblica dovrebbe essere accolta come un atto di trasparenza e di responsabilità. Invece no: diventa un bersaglio.

Sisto sostiene che la presenza in tv di un procuratore minerebbe la necessità di separare le carriere. Ma la realtà è che il problema non è la trasmissione: il problema è che la voce di Gratteri è troppo forte, troppo limpida, troppo difficile da ignorare. E allora si tenta di screditarla.

Non è la prima volta che la politica cerca di ridurre al silenzio chi racconta la verità sulle mafie. Lo fecero, in altri tempi e in altri modi, anche con Falcone e Borsellino. Oggi la tecnica è più sottile, ma l’obiettivo resta lo stesso: far passare per “inopportuno” ciò che è invece doveroso.

Ogni volta che si prova a parlare seriamente di mafie, riaffiora la tentazione dell’oblio. Eppure la memoria è l’unica arma vera contro le organizzazioni criminali.

Lezioni di mafie non è un talk-show costruito su litigi e sondaggi: è una lezione, un’aula virtuale che riporta la memoria al centro del dibattito pubblico.

Non si tratta di nostalgia o celebrazione: è un gesto politico e culturale. Perché in Italia le mafie non sono scomparse, ma hanno cambiato volto. Operano nei mercati internazionali, nelle finte società pulite, nelle banche e spesso con gli istituti religiosi, nonchè nelle grandi opere. Si muovono con meno pistole e più finanza.

La voce di Gratteri serve a ricordarlo a chi, ingenuamente o volutamente, preferirebbe credere che la mafia sia solo quella dei film o delle serie, ormai relegata al passato.

Le critiche del viceministro Sisto e di alcuni parlamentari di Forza Italia dimostrano quanto sia ancora scomodo parlare apertamente di mafie. C’è chi teme non tanto il racconto in sé, ma l’effetto che questo racconto produce: cittadini più consapevoli, meno disposti a farsi ingannare dalle narrazioni accomodanti del potere.

È paradossale: un magistrato che dedica gratuitamente parte del suo tempo per fare educazione civica in tv viene accusato di “inopportunità”, mentre restano spesso impunite le frequentazioni e le connivenze dei potenti con ambienti mafiosi. È come se, in un Paese dove l’omertà ha fatto da scudo per decenni, la vera colpa fosse quella di rompere il silenzio.

Perché guardarlo, perché diffonderlo

Lezioni di mafie è un programma che andrebbe adottato nelle scuole. Non come esercizio occasionale, ma come parte integrante dei programmi di educazione civica.

Ogni professore che abbia a cuore il futuro dei suoi studenti dovrebbe proporre la visione delle quattro puntate. Non solo per ascoltare Gratteri, ma per stimolare la discussione, il confronto, l’approfondimento. Perché la lotta alle mafie non è compito dei soli magistrati: è un dovere collettivo, che passa dalla cultura e dalla conoscenza.

Guardare il programma in diretta, e poi rivederlo in streaming, significa anche partecipare a una piccola forma di resistenza civile. È un modo per sottrarre terreno alla retorica dei detrattori, per dimostrare che c’è un pubblico interessato, che non si lascia intimidire.

Nicola Gratteri non ha scelto la via più comoda. Esporsi in tv, raccontare senza filtri, accettare critiche e attacchi significa assumersi un rischio. Ma è lo stesso rischio che altri, prima di lui, hanno corso in nome della verità.

Falcone e Borsellino sapevano che la verità era l’unica arma in grado di indebolire le mafie. Non le condanne, non le manette da sole: la verità resa patrimonio collettivo. Gratteri, con il suo stile asciutto e diretto, continua su quella strada.

Lezioni di mafie non è la soluzione, ma è un segno. Un segno che, in un’epoca di comunicazione rapida e superficiale, esiste ancora spazio per la profondità, per il racconto documentato, per la resistenza culturale.

Ogni puntata di Lezioni di mafie è un mattone nel muro della memoria civile. Non basteranno quattro serate a spiegare la complessità delle mafie, ma basteranno a riaccendere un dibattito, a stimolare nuove domande, a ricordare che la democrazia si difende anche con la conoscenza.

In un Paese ancora ferito da troppe collusioni, la parola limpida di un magistrato che parla ai ragazzi è molto più pericolosa di qualsiasi arma.

E allora guardiamolo, diffondiamolo, portiamolo nelle scuole. Perché, come insegnano le storie di chi ha dato la vita per combattere le mafie, la conoscenza non è mai “inopportuna”: è necessaria. Sempre.

Marco Giavatto

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