L’Argante 221: A Paolo Borsellino

Abbiamo sempre scritto, realizzato articoli, interviste e recensioni su ciò che abbiamo visto e sentito il bisogno profondo di raccontare. Da noi trovate il cinema, il teatro, la letteratura, e tanti spunti per addentrarvi nel meraviglioso mondo della cultura.

Personalmente ho sempre creduto nella Storia, come in un pilastro fondamentale su cui costruire il presente e intravedere il futuro. Mi è capitato di sostenere esami universitari sulla storia contemporanea del nostro Paese e, arrivato al capitolo delle stragi del ’92, ho trovato — e trovo ancora oggi — appena uno o due trafiletti che liquidano frettolosamente gli accadimenti. Trovo tutto questo surreale.

È anche per questo che, insieme ai miei collaboratori, teniamo viva questa rivista: per approfondire ciò che troppo spesso resta ai margini. Viviamo, d’altra parte, nell’epoca delle “marchette” e delle mode, dove si parla soprattutto di ciò che fa già notizia.

Proprio per questo motivo, oggi, con l’ultimo numero della stagione 2024/25 de L’Argante (ci rivedremo come sempre a settembre), voglio parlarvi di qualcosa che, per me, per i membri di questa redazione e per l’anima stessa di questa rivista, vive tutto l’anno. Non solo il giorno della commemorazione.

19 luglio 1992 – 19 luglio 2025: Paolo Borsellino, 33 anni dopo. Il dovere, la verità, il Paese che ancora cerca giustizia

A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta — Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina — l’Italia si trova ancora a fare i conti con le troppe ombre che circondano quell’attentato. Nonostante il tempo trascorso, il nome di Paolo Borsellino resta inciso nella memoria collettiva come simbolo di rigore morale, amore per lo Stato e incrollabile determinazione nella lotta contro la mafia.

I fatti:

Era una domenica d’estate, il 19 luglio 1992. Cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci in cui era stato assassinato Giovanni Falcone, Paolo Borsellino ha sempre confidato ai pochi amici e ai familiari di avere la consapevolezza di essere il prossimo, perciò trascorre quei due mesi scarsi a lavorare in maniera frenetica, vuole fare più in fretta possibile, sa già che il tritolo è arrivato a Palermo, vede gli apparati dello Stato intorno a lui, totalmente indifferenti dal pericolo imminente e capisce, accetta e capisce il suo destino. La sua morte non si fa attendere del resto, causata da un’autobomba telecomandata e imbottita di tritolo (appunto), parcheggiata nei pressi della casa della madre in via D’Amelio, a Palermo. L’attentato è stato così potente da essere udito in gran parte della città. I resti umani e della vettura di servizio sparsi per decine di metri e piani dei palazzi. Una violenza spietata, militare. Una dichiarazione di guerra a cui sempre lo stesso Stato che non aveva voluto prevenire il tutto, non reagisce, non nel mondo in cui avrebbe dovuto almeno.

Le indagini: depistaggi, ombre e verità negate:

Quella che avrebbe dovuto essere un’indagine per dare giustizia a uno dei magistrati simbolo dell’antimafia si è trasformata in uno dei casi più controversi della storia repubblicana. Per anni, la verità è stata coperta da depistaggi sistematici, ricostruzioni alterate, pentiti manipolati e piste insabbiate. Il “falso pentito” Vincenzo Scarantino, al centro di una delle principali deviazioni investigative: dichiarazioni incoerenti e successivamente smentite portarono a processi basati su fondamenti fragili. Solo nel 2013, con la sentenza del processo Borsellino Quater, si iniziò a fare luce su uno dei più gravi depistaggi mai avvenuti nel nostro Paese.

La Procura di Caltanissetta ha lavorato per decenni, ricostruendo tassello dopo tassello la trama ambigua dell’attentato, ma restano ancora numerosi punti oscuri. Chi ordinò l’uccisione? Solo Cosa Nostra? O ci furono complicità esterne, magari appartenenti a segmenti deviati dello Stato? La cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, tema centrale del dibattito pubblico e giudiziario degli ultimi anni, sembra legarsi sempre più strettamente al contesto dell’attentato.

Cosa rappresenta Paolo Borsellino

Paolo Borsellino era molto più che un magistrato. Era un uomo dello Stato in senso pieno, capace di coniugare rigore istituzionale e profondo senso etico. Non è un caso che la sua figura abbia assunto un valore simbolico trasversale, ispirando intere generazioni di studenti, magistrati, giornalisti, attivisti. La sua battaglia contro la mafia non fu mai astratta, né teorica. Era incarnata nella quotidianità del lavoro, nella sua Palermo, tra fascicoli, interrogatori, minacce.

Ma Borsellino era anche un uomo consapevole. Dopo la morte di Falcone, capì che il tempo era finito. In una delle sue ultime interviste dichiarò: «So che la mafia mi ucciderà, ma non sarà una vendetta, sarà una decisione presa altrove». Quelle parole non suonarono come paranoia, ma come un’amara constatazione. Non implorava pietà, ma lasciava ai posteri il compito di indagare, capire, reagire. Così come chiese pubblicamente di essere ascoltato dalla procura di Caltanissetta a pochi giorni della morte di Falcone, come unico testimone delle indagini e delle verità a cui il magistrato morto nel maggio del ’92 suo amico fraterno era giunto. Totalmente ignorato in quei 57 giorni, quelle verità scomparvero insieme a lui e alla sua agenda rossa il 19 luglio del 1992.

Simbolo dello Stato e di tutti i cittadini non accettano il degrado politico e civile della nostra Nazione:

Nel corso degli anni, le commemorazioni sono diventate sempre più ampie, ma anche più ritualizzate. Piazze intitolate, scuole che portano il suo nome, murales, targhe, cortei. Ma tutto questo, da solo, non basta. La memoria rischia di diventare formalismo se non viene accompagnata da un impegno civile quotidiano, da un’azione concreta contro le ingiustizie e le collusioni. Piantare un albero in una piazzola a cui viene dato il nome di Paolo Borsellino è un gesto doppiamente apprezzato di questi tempi…ma poi? Quest’anno come traccia alla maturità per il tema sull’attualità (e già fa un po’ sorridere, poichè in Italia è attualità ciò che è capitato 33 anni fa) è stato indicato proprio Paolo Borsellino, senz’altro sarei curioso di leggere i temi di chi ha scelto la traccia. Per poter sondare l’interesse e il sapere di questi giovani ragazzi. Io che proprio quest’anno ho realizzato un giro di boa sulla mia maturità, esattamente 18 anni fa, la conseguivo. Mi chiedo cosa avrei potuto scrivere, sicuramente non tutto quello che so adesso e che mi sono sforzato di andare a cercare. Tanto di cappello perciò a chi l’ha scelto e a chi fin da giovane è già interessato a qualcosa che non ha potuto nemmeno lontanamente percepire se non una volta l’anno a qualche commemorazione.

L’Italia del 2025 è profondamente cambiata rispetto a quella del 1992, ma la mafia non è scomparsa. Si è trasformata, ha assunto forme meno eclatanti ma altrettanto pericolose. Paolo Borsellino ci ha insegnato che il contrasto alla criminalità organizzata non può avvenire solo nelle aule dei tribunali, ma anche nella cultura, nell’economia, nella politica, nella formazione dei giovani.

Cosa resta oggi del suo esempio?

Un’idea chiara: che la giustizia non è negoziabile. Che combattere la mafia non è solo compito dei giudici, ma anche dei cittadini. Resta la sua idea di Stato, forte ma umano, capace di proteggere e non di usare. E resta, dolorosamente, la consapevolezza che quel sacrificio non ha ancora trovato una piena verità.

Resta anche una certa solitudine. Quella che Borsellino ha vissuto negli ultimi giorni, quando intuì l’imminenza dell’attentato. È forse questo il lascito più amaro: il senso che lo Stato, in un momento decisivo, non fu in grado di difendere uno dei suoi figli migliori.

A 33 anni dalla strage, molte iniziative continuano a portare avanti il nome di Borsellino: fondazioni, borse di studio, eventi culturali. Ogni anno, migliaia di giovani partecipano a incontri e dibattiti che mantengono viva l’eredità del magistrato. La “Carovana Antimafia” e “Libera”, fondata da Don Luigi Ciotti, rappresentano alcuni dei movimenti civici più attivi nel continuare a denunciare e raccontare la criminalità organizzata.

La famiglia Borsellino, con discrezione e tenacia, ha continuato a chiedere verità e giustizia, evitando il clamore e scegliendo la via dell’impegno costante. Tra i più attivi, il fratello Salvatore Borsellino, con il “Movimento delle Agende Rosse”, nato proprio per indagare su quella misteriosa agenda scomparsa subito dopo l’attentato — simbolo di tutte le verità negate.

Borsellino scrisse: «È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti». Queste parole oggi devono essere ancora scolpite nel cuore di chi lotta per la legalità. Di chi rifiuta il silenzio, l’omertà, il compromesso.

Nel 2025, la figura di Paolo Borsellino non è più solo quella del martire, ma quella dell’uomo. Di un italiano che ha fatto fino in fondo il proprio dovere, sapendo che il prezzo poteva essere la vita. Il nostro compito, come società, è raccogliere quell’eredità e non disperderla. Ogni passo compiuto nella ricerca della verità è anche un atto di rispetto verso la sua memoria.

A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, il volto di Paolo Borsellino resta più che mai attuale. In un’Italia che ha ancora bisogno di testimoni, la sua voce, la sua fermezza, il suo sorriso asciutto restano una luce nella notte dell’incertezza.

Marco Giavatto

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