L’Argante 79 || Colonne sonore: esercizi di stile o sprazzi di autentica creatività?

Cos’è l’ arte? Non è senz’altro lavoro , siamo d’accordo. L’ arte vera, quella non volta al lucro o alla notorietà, non conosce il fallimento. E’ eterna, punto. A mio avviso assolutamente inattaccabile.

È con questo pensiero che voglio iniziare il mio primo articolo per questa rivista. Sono Manuele Marchi e (tra le tante altre cose) compongo colonne sonore.

Una semplice premessa sugli artisti e sulla musica

La prima frase è la classica premessa doverosa, poiché conosco validissimi musicisti nel mio campo, che sono ossessionati dal risultato superficiale di una loro opera, ossia l’avere successo. Per carità essere apprezzati è importante per un artista, sicuramente è uno degli ingredienti, ma forse non è il più importante. Certo anche essere pagati lo è altrettanto, riconosce lo sforzo e spesso anche è il metro dell’apprezzamento, ma anche se sembrerà blasfemo, non è per niente indispensabile nell’arte. Tanti sono gli artisti eccezionali che storicamente hanno vissuto nella miseria e soprattutto che sono passati di qua (inteso come questo mondo) in modo perfettamente sconosciuto o quasi.

Piero Ciampi – Cantautore, Poeta.

Piero Ciampi, Bach, nessuno si era veramente accorto di loro mentre erano in vita ciascuno con le sue scritture e anche vicissitudini.

Fare colonne sonore giusto per… o il bisogno deriva da qualcosa?

Non mi è mai interessata la musica nei film composta tanto per riempire un vuoto meccanico. Del tipo: “Qui deve funzionare! In questo punto deve essere strappa lacrime! Lo è abbastanza? Ottimo, possiamo andare avanti”, fine.

Il mondo di Hollywood, a proposito di lucro, costruisce musiche dall’ armonia matematicamente “azzeccata”. Fa tutto parte del business: “oltre ad essere campioni di incassi, abbiamo anche venduto milioni copie? Ottima combo”, niente di più impersonale (prego andare a vedere la combinazione Titanic – Célin Dion My Heart Will Go On). Il problema principale è la replica ad libitum dello stesso format in tutti i film. Dove finisce l’accento di un autore? Di questo la grande macchina Hollywoodiana non ne ha mai tenuto conto.

Raramente c’è musica d’autore nei film campioni d’incassi, sembrerà strano ma è così. Le musiche perciò sono puro lavoro (inteso come la parte brutta della creatività), niente arte, niente poesia: stiamo girando un film di successo. Solo ingredienti che fanno un bel prodotto da vendere a più non posso.

Alan Silvestri l’esempio dello spreco Hollywoodiano.

Uno come Alan Silvestri sarà anche un ottimo direttore d’ orchestra e compositore, ma non credo che lo ricorderemo come un autore che scioglie il cuore. È per questo che trovo, personalmente, un semplice esercizio di stile quello di comporre musica per un film (cosa che non mi è mai capitato di fare, se non per un corto metraggio animato mio e piccoli documentari). Spesso, non sempre, ma è probabile che sia un vedere scorrere immagini su uno schermo e scrivere musica per affinare i temi, le dinamiche e stare dentro ai tempi giusti. Il rischio è che il regista possa usare il musicista come un oggetto: “no scusa, non hai capito bene, non funziona”. Oppure: “non volevo i timpani, non ci stanno in questa scena!”, d’accordo ma lui obiettivamente che ne sa? Avete mai sentito dire che un direttore d’orchestra o un compositore abbia detto ad un regista: “questa scena fa cagare, tagliala!”, spero di aver reso l’idea del mio punto di vista.

La musica per il teatro, forse sottovalutata, ma altro genere, altre soddisfazioni:

In teatro è una cosa completamente diversa: mettere musica su movimenti, dialoghi, o silenzi di attori che stanno sul palco e non su un video è cosa assolutamente non facile, soprattutto quando chi ha scritto il copione non è il musicista chiamato a riempire ciò che non è stato previsto. Dei registi, poi ognuno ha il suo modo di vedere e soprattutto di esprimere quel che desidera; ce ne sono anche che danno carta bianca al compositore perché magari è referenziato o in voga, ma ritengo questa categoria abbastanza svogliata, più concentrati su altri aspetti del lavoro e quindi  lontani a mio parere dalla dimensione poetica. I registi che sono puntigliosi nei minimi particolari invece mi piacciono, sprizzano passione e non piglio amministrativo.

 

È il regista che comanda e quindi può necessitare di qualcosa di particolare e così come i movimenti e le espressioni in teatro anche la musica deve essere profondamente espressiva. La differenza sta nel cosa chiede e come, facciamo un esempio: “qui il protagonista fa un monologo, serve musica triste” e chiedere  “qui il protagonista racconta di suo padre in guerra e ne legge una lettera, serve musica dolce, più che altro malinconica”. Fare musica per il teatro, quando la musica non è protagonista (quindi non si parla di danza o musica da camera) è  davvero cosa alquanto ardua. Di solito si è abbastanza liberi solo nella musica di inizio e di chiusura, se  previste,  perché li il regista magari pensa ad un intro o ad un finale lungo più di un minuto e allora c’è tempo per far esprimere anche la musica. Per tutte le altre musiche durante la pièce, è un bel “casino”. Alle prove gli attori difficilmente recitano la loro parte nello stesso tempo ossia con la medesima velocità e quindi la musica che servirebbe di supporto a latere, rischia di essere l’ elemento disturbante.

Quello che si può fare è l’esercizio di segnarsi le varie durate delle scene e il copione che mi viene dato dal regista all’incontro plenario a fine lavorazione spettacolo ha più annotazioni in biro mie che non i dialoghi degli attori! Quindi capita di fare delle musiche che possono essere sfumate dal mix in regia per evitare che si soffochi l’ intervento di un attore che per esempio entra in scena. Sicuramente per un musicista è limitante, nel senso che avrebbe potuto fare di più e meglio ma come ho detto è giusto così: in una pièce teatrale la musica è un supporto oppure un leggerissimo accento in qua e in là.

Considerazioni finali

Uscendo dai tecnicismi, sicuramente la cosa più bella – che poi diventa magia e poesia – è quando il musicista con un’ armonia sorprende il regista che anche solo con uno sguardo fa capire: “era quello che volevo senza saperlo dire”. Una complementarietà che poi sublima in lavoro di squadra, collaborazione, socialità artistica. Non c’è niente di più appagante. (tornando al discorso del successo e dei soldi iniziale). Quindi mi permetto di dire che:

Il musicista che non accetta in locandina il suo nome con carattere 10 a fronte di quello del regista e attori con carattere 30 non ha capito niente; dovrebbe forse cambiare ruolo scegliendo di fare lo scrittore, il regista  o l’ attore.

M. Marchi

Anzi, dovrebbe proprio andare a fare l’ impiegato e li troverebbe anche la 13° mensilità ad aspettarlo. Lascerebbe quindi campi agli artisti, quelli veri, sembrerà utopico ma è tutto quello che penso.

Manuele Marchi

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