Post-it II Celebration. Intervista al musicista poliedrico: Gianfranco Politi

Arriva il settimo appuntamento di: Celebration, il podcast che celebra otto album del 1971 che hanno fatto la storia del Rock e continuano a far sognare generazioni intere (si spera!).

In questo speciale post-it intervistiamo Gianfranco Politi, alla chitarra per Celebration (anche se ci ha abituato a vederlo suonare di tutto) nella Déjà-Vu-60’/70’s acoustic Rock Tribut Band, il gruppo musicale che arrangia i brani Rock del podcast.

Vorrei iniziare da una curiosità personale: da dove origina il nome “Déjà-Vu” della vostra ammirevole band?

Origina da due cose, la prima: Déjà-Vu è il titolo di un album di Crosby, Stills, Nash & Young. C’è stato un momento in cui noi ci siamo “lanciati” come loro tribute band e quindi il fatto di usare questo nome ci collegava direttamente perché era il titolo del loro migliore album, pubblicato nel 1970. La seconda: perché chiaramente si tratta di riproporre una musica nata e prodotta 50 anni fa, allora, i Déjà-Vu sta anche per un “già visto”, “un già sentito” da qualche parte, un richiamo a tempi, sicuramente lontani, ma una musica che per noi ha ancora una sua attualità che va al di là del tempo storico in cui è stata generata.

Cosa ti lega emotivamente ai brani presenti in Celebration?

A quel tipo di musica mi lega un fatto generazionale, sono nato nel ’59. Quando questa musica iniziava a circolare ero ancora adolescente ed un po’ in latenza rispetto al periodo in cui veniva prodotta. Ho scoperto Jimi Hendrix che era morto già da 4 anni. Per me era una cosa assurda mi dicevo “com’è possibile che è già morto e io lo conosco ora?” . Era la poesia che ascoltavo in quegli anni. Poi, rivedendola introspettivamente posso dirti che secondo me la decade che va tra la metà degli anni ‘60 e ‘70 è stata irripetibile. C’è stata una produzione musicale sia come quantità che come qualità ma soprattutto come impronta ha condizionato tutto il panorama musicale fino ai giorni nostri. Gli anni di produzione dei dischi che abbiamo scelto sono probabilmente anche quelli più significativi. Abbiamo dovuto fare una scelta che ha dovuto unire oltre il cuore anche la mente su ciò che poteva effettivamente uscire. Con solo due chitarre, io e Matteo Pancrazi dovevamo riprodurre una musica complessa, insieme a Serena che più che cantare faceva la voce narrante. Quindi, è stato un progetto secondo me molto ambizioso non tanto perché intendevamo proporre quel tipo di musica ma anche fare una scelta con i testi di quei brani e la possibilità di arrangiamento.

Perché andrebbe ascoltato e visto Celebration?

Secondo me è una proposta originale ed interessante perché intanto riproduce questo tipo di musica andando al cuore. La necessità o la scelta di rappresentarla con questo gruppo minimale anche negli strumenti usati, consente di andare ancor più nell’animo dei brani, potremmo dire, vestendoli anche di tanta parte musicale che dà significato al brano. Considerando anche il fatto di interpretarlo con la narrazione del testo. Poi, se pensiamo a quegli anni pensiamo a quello che di musicale quei brani, quei gruppi, e artisti hanno dato. In quei brani c’era un testo che non era irrilevante, erano brani che avevano un senso, anche diverso tra loro. Ad esempio, Aqualung dei Jethro Tull, è la rappresentazione di un vagabondo barbone, e del modo in cui lui sente e percepisce la vita. La visione dei Pink Floyd in Fearless, invece, è molto psichedelica, fino al brano poi, di Joni Mitchell o quelli cantautoriali che contengono parole che colgono l’aspetto interiore dell’artista. Sono tutti modi di proporre la musica mai in modo banale. Sempre con contenuti molto particolari e quello che ci sembrava importante, era evidenziare questi contenuti.

 

Non ci resta che attendere insieme l’uscita del prossimo appuntamento.

Gaia Courrier.

 

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