L’Argante #31 || Franco Battiato, un (imperituro) centro di gravità permanente

Degna è la vita di colui che è sveglio, ma ancor di più di chi diventa saggio

Se devo dire la verità non ho preso per niente bene la sua scelta di andarsene così. Sapevo che fosse imprigionato in una condizione limbica, ma la morte, stoltamente, per lui, non la contemplavo. Certo mi intristiva profondamente la sua prigionia: una bella prova per un intellettuale, un filosofo del suo calibro, abituato ad impiegare ogni atomo della sua coscienza a nuova conoscenza, rimanere incastrato nella demenza e nell’impossibilità di afferrare i ricordi. Una vita passata a studiare, approfondire, a nutrire la propria avidità di verità per poi finire a perdere apparentemente tutto. Buffa la vita che gli ha concesso un’estrema prova dell’impermanenza su cui ha tanto scritto, come a tendergli la mano per fargli incarnare, esperire sulle proprie ossa questo grande tema, forse il più difficile da comprendere; come se la vera saggezza si toccasse nell’esperienza più che nell’esercizio intellettuale; chiudere gli occhi, probabilmente, è stata la sua opportunità per essere davvero sveglio.

 

Viviamo nell’impermanenza, nell’incertezza della vita condizionata, ma ci ricorderemo di noi segretamente. 

(-Ero con te-)

 

Quello che c’è, ciò che verrà
Ciò che siamo stati
E comunque andrà 
Tutto si dissolverà

(-La porta dello spavento supremo-)

 

Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

Il sufi, dipinto olio su tela, F. Battiato

Credetemi, alla notizia della sua morte ho passato due giorni in una tristezza inconsolabile. Li ho trascorsi ascoltando tutti i suoi album dall’inizio alla fine per poterlo salutare come potevo… ma all’ennesimo pianto in macchina sulle note di Tiepido Aprile mi sono domandata “perché tanto dolore? Cosa mi legava a lui…” ( e a quanto pare cosa legava a lui la maggioranza delle persone visto che tutti, ma proprio tutti, sembrano essere stati toccati da questa notizia tanto da sentire l’esigenza di salutarlo in qualche modo). La mia risposta è che per me Franco è stato un canale di accesso a me stessa. In un momento di profonda crisi, all’alba dei miei 23 anni, ho potuto parlare a me stessa grazie ai suoi testi riscoprendo una spiritualità che mi stavo negando e che da lì in poi avrei sempre più coltivato. Che lui fosse,  per i suoi fedelissimi, una guida “spirituale” è innegabile. Già dalla canzone Il silenzio del rumore dell’album Pollution del 1972 invita il suo pubblico ad un percorso di introspezione.

 

Non hai forza per tentare
di cambiare il tuo avvenire
per paura di scoprire
libertà che non vuoi avere…
Ti sei mai chiesto
quale funzione hai?

(-Il silenzio del rumore)

 

Beh, io grazie a lui me lo sono chiesto e, per la prima volta, ho cominciato ad ascoltarmi.

Si sente il bisogno di una propria evoluzione, sganciata dalle regole comuni, da questa falsa personalità

Franco Battiato mentre dipinge nella sua casa di Milo

Oltre ad insegnarmi com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire (-Prospettiva Nevski-) Franco mi ha raccontato quanto fosse giusto e di vitale importanza cercare se stessi al di là di tutto e tutti.

 

Non domandarmi dove porta la strada
Seguila e cammina soltanto (E’ stato molto bello)

Intona i canti dei veggenti, cedi alla saggezza, alle scintille di fuochi ormai spenti
Règolati alle temperature e alle frescure delle notti
Lascia tutto e seguiti (-Il mantello e la spiga)

 

Che lui tentasse di fare da ponte tra il mondo superiore e il mondo materiale attraverso le sue canzoni ce lo racconta anche nelle interviste (a tal proposito c’è l’intervista contenuta in Temporary Road, La nave di Teseo ed.). Non credo però si ponesse come maestro spirituale, tutt’al più come uomo che aveva trovato delle risposte e tentava di distribuirle, distillando attraverso le sue canzoni, verità scoperte. Si è approcciato nella sua vita con grande abnegazione a mistici, religiosi e teosofi di ogni era e di ogni luogo del mondo, ha fatto tesoro dei loro insegnamenti, li ha sperimentati e ha trovato nella sua musica il tramite per divulgarli anche a chi non aveva i mezzi e i modi per arrivarci rendendo così popolare una saggezza millenaria altrimenti inaccessibile ai più.

Tempo, non c’è tempo, sempre più in affanno inseguo il nostro tempo, vuoto di senso, senso di vuoto

 

Franco Battiato, foto per la copertina de “La voce del padrone”

Ma Battiato non è stato solo un filosofo di altissimo spessore. La sua ricerca non è stata svolta su una rocca lontano dal mondo in pio eremitaggio. Si è battuto cercando di scuotere gli animi traendo spunto dalla storia.

 

Passa il tempo, sembra che non cambi niente
questa mia generazione
vuole nuovi valori.
E ho già sentito aria di rivoluzione,
ho già sentito gridare
chi andrà alla fucilazione

(-Aria di rivoluzione-)

 

Il tema dell’avarizia e del denaro che tutto muove è stato ispirazione per molti testi (in Delenda Cartagho scomoda addirittura Properzio, perché i corsi e ricorsi storici di Vichiana memoria potrebbero insegnarci qualcosa… sempre meglio ricordare).

 

Conferendis pecuniis
ergo sollicitae tu causa, pecunia, vitae!
per te immaturum mortis adimus iter;
tu vitiis hominum crudelia pabula praebes,
semina curarum de capite orta tuo


per ammassare ricchezze,
sei tu, denaro, la causa di una vita agitata!
a causa tua prendiamo prima del tempo la strada della morte;
ai vizi degli uomini fornisci dei crudeli pascoli,
dalla tua testa germogliano i semi degli affanni

(-Delenda Carthago-)

 

Che cosa possono le leggi
Dove regna soltanto il denaro?
La giustizia non è altro che una pubblica merce
Di cosa vivrebbero
Ciarlatani e truffatori
Se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

(-Inneres auge)

 

Negli anni si è sporcato le mani indagando le piaghe dell’umanità, le misere condizioni in cui la politica ha ridotto il Paese, e altresì le responsabilità di chi ha piegato la testa senza voler guardare gli abomini che vengono reiterati da secoli senza pudore. E lo ha fatto da spettatore e da politico attivo (Assessore alla Regione Sicilia) giudicando senza filtri l’operato corrotto dei suoi colleghi e rimanendo sempre coerente nell’azione alla sua parola. Anche per questo ci mancherà. Nessuno ha più il coraggio e lo spessore per dire qualcosa fuori dal coro con coraggio partigiano. E se per lui questo secolo saturo di parassiti senza dignità lo ha spinto ad essere migliore con più volontà (-E ti vengo a cercare )ad oggi nessun intellettuale, cantante, cantautore (e quelli rimasti si contano sulle dita di una mano) ha più parole, visioni, spinte propulsive o prospettive nuove o diverse. Nessuno ha cantato niente nemmeno sullo stato attuale delle cose. Sulla nostra tragedia contemporanea ci si limita soltanto a dire, ancora una volta, “Povera patria“.

 

Tutto l’universo obbedisce all’Amore

Nonostante la sua intelligenza fuori misura e l’accesso illimitato ai saperi di ogni cultura Battiato ha passato la vita da solo. Una solitudine scelta e non subita, come la definiva lui. Qualsiasi giornalista provasse a scucirgli un gossip rimaneva deluso. La sua vita sentimentale era apparentemente inesistente. Qualche flirt di gioventù e poco altro. Un suo pudore sano ad argomentare sul tema allontanava chiunque avesse fame di pettegolezzi. Nonostante questo la sua vicinanza estrema all’Amore in ogni sua forma è toccante e universale. Dall’amore terreno de L’animale o di E ti vengo a cercare , all’amore ultraterreno de L’ombra della luceLode all’ inviolato o de La cura  (inflazionatissimo brano per matrimoni nonostante sia di ben altra natura la Cura di cui tenta di parlarci). Ma, secondo me, la vetta più alta l’ha raggiunta in Stranizza d’Amuri; protagonista la capacità dell’amore di sopravvivere a qualsiasi contesto, anche alla guerra, come contrappasso nella dicotomia eros/tanathos. L’uso del dialetto coinvolge chi lo ascolta in un clima intimo, tenero e piacevolmente struggente. Di fronte al fremito d’amore la guerra diventa  solo un’eco di sottofondo, mentre il sentimento ha la forza di ergersi a protagonista.

E quannu t’ancontru ‘nda strata
mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
ccu tuttu ca fora si mori
na mori stranizza d’amuri
l’amuri

Man manu ca passunu i jonna
sta frevi mi trasi ‘nda ll’ossa
ccu tuttu ca fora c’è a guerra
mi sentu stranizza d’amuri
l’amuri.

_________________________________________________________________

E quando ti incontro per strada
mi viene una scossa nel cuore
e anche se fuori si muore
non muore questa stranezza d’amore
l’amore

Man mano che passano i giorni
questa febbre mi entra nelle ossa
Anche se fuori c’è la guerra
mi sento una stranezza d’amore
l’amore.

 

Lontano da queste tenebre matura l’avvenire, il cielo è senza nuvole, Padre fammi partire

Se è vero, come dice lui che le nuvole non possono annientare il sole (-Lode all’inviolato-), allora a noi non resta che augurargli buon viaggio e, nel caso ne avesse ancora bisogno, buon ritorno. Speriamo solo che l’incommensurabile patrimonio che ci lascia in eredità possa essere di sostegno per un ripensamento globale; che le sue note, i suoi moniti, possano risuonare  sempre più forti a insegnarci come vivere il presente senza fine (-Lontananze d’azzurro-). Che la sua morte possa essere oggi un pretesto per rileggerlo e riascoltarlo, per trovare il coraggio per affrontare il cammino individuale e collettivo di ricerca di se stessi e di ciò che ci unisce come uomini e come Anime. Che possa esserci da sprone e da sostegno nel trovare il coraggio di alzare la testa per guardare l’altro in faccia, riscoprendo in primis noi stessi come dentro uno specchio.

 

Nella sventura non ti colga sgomento
Per te non sorga il giorno
Che alla tua gioia sia compenso di dolore
Ah, quante volte un malefico vento ti colse
Ma il soave profumo risaturò subito l’aria
Il nembo spesso sovrastò minaccioso
Ma fu disperso prima che dal grembo scuro
Si scatenasse orribile tempesta
Ah, quanto fumo si levò che non fu fiamma
Sii forte e sereno anche nei giorni dell’avverso fato
In un canneto un vento asciutto e svogliato
Portava insieme confusi e inutili pensieri
Ah, quante volte alzando gli occhi al cielo
Spinte dalle correnti ho visto le nuvole vagare
La sera insegna ad attendere il giorno
Che arriva come sempre a chiudere i passaggi della notte

 

Serena Politi

 

 

Articolo creato 7

Un commento su “L’Argante #31 || Franco Battiato, un (imperituro) centro di gravità permanente

  1. Bellissimo articolo Serena. Hai messo in prosa sfumature dell’anima. La musica di Battiato è stata un dono incommensurabile, un fiore che profuma e ti inebria d’assoluto. Nel lungo viaggio mi ha avvicinato a mondi lontanissimi, perchè siamo esseri speciali, ti vengo a cercare e te ne farò dono.
    Grazie

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