L’Argante #29 || “Chi Ha Paura di Virginia Woolf?”, ovvero di come mi sono appassionata al teatro

Edward Albee.

E va bene, lo ammetto, in realtà almeno il 50% dei motivi per cui mi sono appassionata al teatro va ricercato alla voce Gabriele Lavia. Quarta ginnasio, Teatro della Pergola, un posto in prima fila in un palco di secondo ordine. La coppia Melato-Lavia mi toglie il fiato dal salotto di una casa del New England, uno sfacelo di rottami spiaggiati sul meraviglioso palcoscenico fiorentino. Tra automobili impantanate, jukebox arenati, pianoforti rotti e vecchie tv, mi ricordo di aver guardato a bocca aperta due coppie farsi emotivamente a pezzi e – per la primissima volta, nonostante questo non fosse ovviamente il primo spettacolo a cui assistevo – sono certa di aver sperato, al momento degli applausi, che tutto ricominciasse da capo. Quando una pièce teatrale ti parla, ti parla davvero, lo sai, lo senti. Da qualche parte nella tua pancia una sensazione di euforia, mista a sbalordimento, mista all’improvvisa convinzione di aver assistito a qualcosa di epocale che cambierà il tuo modo di guardare il mondo per sempre, ti dice che quello è il tipo di teatro che fa per te. E proprio questo mi era capitato con Chi Ha Paura di Virginia Woolf? grazie alla straordinaria bravura dei due attori protagonisti, certo, due mostri sacri della scena italiana, e alle suggestive visioni registiche di Gabriele Lavia. Tuttavia, in gran parte, il merito di così tanto sconvolgimento interiore era da attribuirsi al testo di Edward Albee, che, come in altri suoi scritti, aveva utilizzato dei dialoghi così atrocemente ed oscenamente feroci, diretti e reali – pur trovandosi nell’ambito del teatro dell’assurdo – da corrispondere ad un pugno allo stomaco. Di quelli che fanno bene, però, che ti fanno crescere.

Mariangela Melato e Gabriele Lavia nei panni di Martha e George.

Martha: Truth or illusion, George; you don’t know the difference.
George: No, but we must carry on as though we did.
Martha: Amen.

Martha: Verità o illusione, George; non conosci la differenza.
George: No, ma dobbiamo andare avanti come se la conoscessimo.
Martha: Amen.

E pensare che alcune critiche ricevute dalla pièce negli anni Sessanta furono tutt’altro che positive, tacciando il testo di essere soltanto un’ “ostinata fuga in una fantasia morbosa” (Tulane Drama Review) o una “fuga dalla realtà e dalle responsabilità ad essa connesse, strisciando all’indietro verso il grembo materno, o il bagno, o entrambi.” (W.D. Maxwell, membro del comitato consultivo per il Premio Pulitzer). Ed è proprio nel bagno che, tra l’altro, una ubriaca Honey si rifugia ogni volta che la realtà viene a bussare troppo forte alla porta e la trova incapace di affrontarla, finché non viene rinvenuta dal marito distesa a terra, rannicchiata come un feto. Ma Chi Ha Paura di Virginia Woolf? non nasce assolutamente dalla voglia di scappare da una verità scomoda, anzi deriva dalla volontà di fare (e far fare anche al pubblico) un bel bagno di realtà nella vera natura dei rapporti umani, in quel marasma nauseante di paure, speranze infrante, attese, angosce, gelosie, frustrazioni che caratterizzano la nostra vita.

E’ vero, molte dinamiche interne allo spettacolo rimandano al concetto di fantasia e di illusione: George e Martha, i protagonisti della storia, sono una coppia di mezza età, impossibilitata ad avere bambini ma così desiderosa di averne da inventarsi l’esistenza di un figlio. Il pubblico stesso può avere difficoltà a comprendere cosa sia vero e cosa no, tra gli aneddoti raccontati dai protagonisti, così bravi a confonderci e ad impedirci di metterli veramente a fuoco. Dove sta la realtà? Chi sono i veri George e Martha? E i veri Honey e Nick, la giovane coppia loro ospite per la serata? Per scoprirlo bisogna andare oltre quella cortina di fumo che i protagonisti usano per nascondere e proteggere le loro verità più intime, bisogna scendere in un gioco spietato di messa a nudo, tanto più pornografica quanto più è esclusivamente verbale. Come nella vita vera niente è ciò che sembra, e tutti, per poter sopravvivere alla vita e al mondo moderno, finiscono per costruirsi delle realtà dietro le quali trincerarsi.

HONEY: (Apologetically, holding up her brandy bottle) I peel labels.
GEORGE: We all peel labels, sweetie; and when you get through the skin, all three layers, through the muscle, slosh aside the organs (An aside to NICK) them which is still sloshable–(Back to HONEY) and get down to bone…you know what you do then?
HONEY: (Terribly interested) No!
GEORGE: When you get down to bone, you haven’t got all the way, yet. There’s something inside the bone…the marrow…and that’s what you gotta get at.

HONEY: (in tono di scusa sollevando la bottiglia del brandy) Sono io che stacco le etichette.
GEORGE: Tutti stacchiamo le etichette, dolcezza e quando si è arrivati oltre la pelle, tutti e tre gli strati, e i muscoli, si gettan via gli organi (a Nick, come per una parentesi), quelli che ancora possono essere gettati via, (di nuovo a Honey) e si arriva finalmente alle ossa…e allora lo sa che cosa si fa?
HONEY: (estremamente interessata) No!
GEORGE: Quando si arriva alle ossa, non si è ancora alla fine. C’è ancora qualcosa dentro le ossa… il midollo…ed è a questo che si tende. (Uno strano sorriso a Martha).

Così, George e Martha vanno avanti, giorno dopo giorno, impiegando il tempo a ferirsi verbalmente, tenuti insieme dal collante di una bugia…o forse no, visto che Martha fa una descrizione di George, che è forse, nella sua cupa disperazione e schiettezza, una rara definizione di vero amore.

Martha: George who is out somewhere there in the dark… George who is good to me, and whom I revile; who understands me, and whom I push off; who can make me laugh, and I choke it back in my throat; who can hold me, at night, so that it’s warm, and whom I will bite so there’s blood; who keeps learning the games we play as quickly as I can change the rules; who can make me happy and I do not wish to be happy, and yes I do wish to be happy. George and Martha: sad, sad, sad… whom I will not forgive for having come to rest; for having seen me and having said: yes; this will do; who has made the hideous, the hurting, the insulting mistake of loving me and must be punished for it. George and Martha: sad, sad, sad… who tolerates, which is intolerable; who is kind, which is cruel; who understands, which is beyond comprehension.

 Martha: George che è lì fuori nel buio… George che è buono con me e che io insulto; che mi capisce e che io respingo; che sa suscitare in me una risata che io soffoco in gola; che sa tenermi stretta di notte tanto da scaldarmi e che io mordo tanto da farlo sanguinare; che sa sempre imparare i nostri giochi con la stessa rapidità con cui io ne cambio le regole; che può farmi felice, quando non voglio essere felice, e invece sì, voglio essere felice. George e Martha: triste, triste, triste…cui non perdonerò mai di essere venuto per restare; di avermi visto e di aver detto: sì, si può tentare; che ha commesso l’odioso, l’offensivo, l’insultante sbaglio di amarmi e per questo deve essere punito. George e Martha: triste, triste triste… che sopporta, il che è insopportabile che è gentile, il che è crudele, che comprende, il che è incomprensibile.

Fatto sta che, come afferma Martha, George porta le cose all’estremo, nel corso della festa notturna durante la quale si svolge Chi Ha Paura di Virginia Woolf?, utilizzando infine un’arma (quasi) letale e rompendo l’illusione, in un epilogo che sembra non lasciare vincitori…se non fosse che intuiamo che le cose andranno, dopotutto, avanti, come succede sempre nella vita. In fondo, l’opera di Albee si concretizza come un “rito di purificazione,” (Richard Norton) – non per nulla l’ultimo atto è intitolato “L’esorcismo” – un’esperienza catartica anche per lo spettatore, che riconosce come la grandezza di questa pièce stia, nonostante gli spietati giochi verbali tra i protagonisti, nel costringerci ad aprire gli occhi su chi siamo realmente: creature spaventate, così impaurite da diventare crudeli, così impotenti da diventare impietose.

Un’immagine dal film “Who’s Afraid of Virginia Woolf?” con Elizabeth Taylor e Richard Burton.

Albee non risparmia giudizi sulla civiltà occidentale. Più in generale, e sulla società americana, una riflessione che sarà centrale nell’altra sua pièce The American Dream, cercando, anche se in parte sotto forma di allegoria, di chiedersi dove essa si stia dirigendo, quale strada abbia intrapreso e quali siano le cause delle frustrazioni che membri ‘rispettabili’ di tale società sono costretti a subire. Il sogno americano è sfumato. La strada intrapresa sembra quella che conduce ad una colossale caduta verso un giudizio universale che non ci salverà.

George: You take the trouble to construct a civilization, to build a society based on the principles of… of principle. You make government and art and realize that they are, must be, both the same. You bring things to the saddest of all points, to the point where there is something to lose. Then, all at once, through all the music, through all the sensible sounds of men building, attempting, comes the Dies Irae. And what is it? What does the trumpet sound? Up yours.”

GEORGE: Ci si prende la briga di edificare una civiltà… di… di costruire una società basata sui principi del… del principio. Ci si batte per estrarre un signifi­cato comunicabile dall’ordine naturale, una moralità dal disor­dine innaturale della mente umana. Si inventano il governo e l’arte e ci si rende conto che sono, e non possono non essere, la stessa cosa. Si portano le cose al punto decisivo…al punto in cui c’è finalmente qualcosa da perdere…e poi all’improvviso, attra­verso la musica, attraverso i suoni sofferti di coloro che costrui­scono e che tentano, arriva il Dies Irae. E che cos’è questo Dies Irae? Che cosa suona questa tromba? Va’ a farti fottere. C’è un fondo di giustizia in tutto questo, dopo tanti anni… Va’ a farti fottere.

“The American Dream”, Edward Albee. Pubblicato da Coward-McCann.

Silvia Bedessi

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